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Ogni punto è il punto.
Il Gladiatore non ha una modalità amichevole. C'è la partita, e poi c'è il dopo-partita: nel mezzo non esistono sfumature. Anche il riscaldamento, se glielo lasci fare troppo a lungo, diventa competitivo.
Va addosso alla palla. Sale a rete appena può, spesso anche quando non può, e trasforma ogni scambio in una questione di volontà. Il suo padel è fatto di intensità più che di precisione: preferisce chiudere in due colpi con il quaranta per cento di rischio piuttosto che costruire in sei con il novanta. E quando gli riesce, il punto vale doppio — perché lo ha vinto anche psicologicamente.
Cambia l'inerzia. Nelle partite piatte, dove tutti stanno giocando al risparmio, il Gladiatore è quello che alza il livello di colpo e trascina anche il compagno. Sotto di un break è il giocatore che vuoi in campo, perché per lui essere sotto è semplicemente un motivo in più.
La gestione. L'intensità che lo rende letale nei primi due set lo svuota nel terzo, e la frustrazione dopo un errore può restargli addosso per un game intero. Contro Il Muro rischia di consumarsi da solo, tirando sempre più forte contro qualcuno che non ha nessuna intenzione di sbagliare per primo.
Funziona meglio con Il Generale. Da solo brucia, incanalato diventa un'arma: il Generale gli dice dove, lui ci mette il come. Con un altro Gladiatore è divertentissimo da guardare e statisticamente un disastro.
«Questa la prendo io.» (era del compagno)
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