La pazienza come arma.
Contro Il Muro non perdi: ti stanchi. È una differenza che capisci solo al terzo game, quando ti accorgi che sono passati quattro minuti, hai tirato undici colpi vincenti e il punteggio è ancora fermo lì.
Rimanda tutto. Non è un modo di dire: tutto. La palla che avevi chiuso torna, quella che avevi chiuso meglio torna un po' più lenta, e quella che pensavi fosse impossibile torna con una parabola così alta che hai il tempo di pensare a cosa stai facendo della tua vita. Il Muro non cerca il vincente, cerca il tuo errore — e sa che arriverà, perché arriva sempre.
L'economia. Consuma pochissimo, fisicamente e mentalmente, mentre gli avversari bruciano energia a ogni scambio. Nei terzi set è quasi sempre il giocatore più fresco in campo. E ha una qualità rara: non si demoralizza. Un punto perso male, per lui, è semplicemente il punto precedente.
Chiudere. Quando la palla è lì, alta, comoda, da schiacciare senza pensarci, Il Muro spesso la rimanda comunque — per abitudine, per prudenza, perché attaccare non fa parte del suo vocabolario. Contro avversari che salgono a rete con decisione può ritrovarsi passivo e senza soluzioni.
Funziona meglio con Il Condottiero. Uno tiene, l'altro decide quando è il momento di finirla. È la coppia più difficile da battere per chi ha poca pazienza, e la più frustrante da avere davanti quando hai fretta.
«Tranquillo, tanto quella torna.»
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